Secondo Kahneman (psicologo vincitore, insieme a Vernon Smith, del Premio Nobel per l’economia nel 2002), le esperienze non vengono registrate nella nostra memoria come flussi continui ma come sintesi. Non è la somma del piacere, del fastidio, della durata o della frequenza a determinare la qualità percepita di un evento. È la combinazione tra il momento più intenso (in positivo o in negativo) e la sensazione finale.

Se l’esperienza si conclude bene, anche se nel mezzo è stata faticosa o noiosa, tenderemo a ricordarla con favore. Se invece finisce male, il ricordo sarà opaco, sbiadito, o addirittura sgradevole, anche se in realtà era iniziata in modo brillante.
Insomma: non siamo cronisti della realtà, ma editori del nostro stesso passato.
L’esperimento dei due rumori
In uno studio, ai partecipanti furono fatti ascoltare due rumori forti e spiacevoli.
- Il primo durava 8 secondi di rumore insopportabile.
- Il secondo 16 secondi, con i primi 8 identici al primo e gli 8 successivi ancora fastidiosi, ma meno intensi.
Quando fu chiesto quale rumore avrebbero preferito ascoltare di nuovo, la maggioranza scelse il secondo. Paradossale: più lungo, quindi teoricamente peggiore. Ma il finale, leggermente meno sgradevole, lo rese più sopportabile nel ricordo.
La memoria non registra la somma del dolore, ma il modo in cui esso si conclude.
Le due vacanze: durata o epilogo?
Lo stesso principio si applica alle esperienze piacevoli.
Una vacanza breve ma culminante in un momento entusiasmante può essere ricordata come più bella di una vacanza più lunga con un finale fiacco. Le due settimane in più di mare, musei, cibo delizioso… svaniscono se l’ultima sera è andata storta.
In termini razionali, non dovrebbe funzionare così. Ma noi non siamo esseri razionali, siamo esseri narranti. E ogni racconto che si rispetti ha un climax e un epilogo.
Logica vs Memoria: chi vince?
Preferiremmo, in teoria, un fastidio breve a uno lungo, e una vacanza lunga a una breve. Eppure, quando si tratta di scegliere il passato da rivivere o il futuro da progettare, ci affidiamo alla memoria, non alla logica.
È per questo che spesso ci sorprende ciò che scegliamo: perché non decidiamo sulla base di ciò che è stato o sarà, ma sulla base di ciò che ricordiamo o immaginiamo. E memoria e immaginazione sono sorelle bugiarde.
La trappola delle aspettative
Se da un lato i ricordi del passato guidano le nostre decisioni, dall’altro anche le aspettative sul futuro contribuiscono a distorcere ciò che vogliamo.
Questa dissonanza – tra ciò che pensiamo ci renderà felici e ciò che realmente ci ha reso felici – è una delle principali cause di delusione post-scelta. Non siamo infelici perché abbiamo scelto male. Siamo infelici perché abbiamo ricordato e previsto male.
Conclusione: fidarsi della memoria?
No, ma neanche rinnegarla.
Occorre conoscere i suoi limiti per usarla meglio. La memoria è uno strumento di compressione emotiva, non un archivio oggettivo. Conoscerne le scorciatoie ci permette di fare scelte più consapevoli, anche quando non siamo sicuri di sapere cosa vogliamo.
E forse, in un mondo sempre più complesso, dove scegliere è una fatica e una responsabilità, iniziare a scegliere come scegliere è già una forma di libertà.


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